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UN SOLDATO E 100 GENERALI

Possiamo senza ombra di dubbio dire che dal 24 dicembre scorso io sono sceso in guerra. Una guerra spietata, una guerra all’ultimo sangue. Una guerra dove vince chi per primo uccide l’altro. Dal 24 dicembre tutte le mattine mi sveglio e inizio una nuova battaglia. Ci sono stati giorni in cui ho vinto io, giorni in cui ha vinto la malattia e altri in cui ci siamo ritirati entrambe. La giornata di battaglia inizia sempre con il briefing con il Generale di turno. Lui arriva qui, nel mio campo di battaglia e dice: “Saldato come è andata ieri la battaglia?”. Io gli faccio il resoconto dettagliato, gli dico se il nemico ha messo in campo nuove armi e quante sono state le perdite sui due fronti. Il Generale di turno prende appunti sul suo diario di guerra. Poi passiamo in rassegna le truppe, cioè io unico saldato. Peso, pressione arteriosa, battiti, saturazione del sangue e temperatura. Poi una veloce auscultazione degli organi di base, polmoni, cuore, intestino. Poi il Generale di turno consulta il suo Manuale di Guerra e impartisce gli ordini per la battaglia della giornata. Decide quali armi usare e se ho bisogno di qualche supporto trasfusionale. Il briefing si conclude sempre con il discorso del Generale di turno che dice: “Soldato su con il morale. Non si deve preoccupare perchè noi abbiamo già elaborato tutte le strategie e i protocolli di battaglia. Qualsiasi cosa succeda noi sappiamo già cosa fare e come rispondere. Per noi non ci sono sorprese, dobbiamo solo seguire attentamente la battaglia è già tutto scritto. Ad ogni azione abbiamo già previsto la reazione.” E il Generale di turno di quel giorno se ne va. Cosi tutti i giorni, cambia il Generale di Turno ma la sostanza è sempre la stessa. Io combatto e loro verificano e decidono leggendo il loro Manuale di Guerra. Per loro non ci sono imprevisti, ci sono solo variabili. I Generali di turno sono 100 e il soldato sempre e solo io.
I Generali di turno non combattono, dirigono perchè io ho una sola guerra da combattere, loro ne hanno tantissime da dirigere e seguire. E se i Generali di turno dovessero combatterle tutte a fianco del soldato non avrebbero le forze per arrivare alla pensione. I ruoli sono diversi e anche il modo di vedere la guerra. Loro sanno già a priori, quante guerre saranno vinte, quante saranno vinte ma con forti perdite e quante invece saranno perse. E’ la legge dei grandi numeri. Sono le statistiche. Delle centinaia di guerre che vedranno nella loro carriera possono già prevedere i risultati. Per noi soldati invece non esistono statistiche, c’è solo un obiettivo vincere la guerra. Sconfiggere e distruggere il nemico. Niente numeri e variabili, solo il combattimento e la lotta. Far dialogare i Generali di turno e i soldati è quasi impossibile. I Generali di turno hanno sempre ben presente i numeri e con quelli comunicano con i soldati credendo che cosi il soldato non è ingannato, non è illuso. Ma noi soldati questa guerra possiamo solo vincerla o perderla, i nostri numeri sono sono 2. Ho vinciamo al 100% o perdiamo al 100%.

4 commenti su “UN SOLDATO E 100 GENERALI

  1. …si ma c'è o perlomeno ci dovrebbe essere una piccola differenza tra i Generali di turno e il Colonnello Giuliacci. Tutti a fare previsioni, naturalmente basandosi su studi estrememente seri, casisitica, statistiche, esperienze ma dimenticandosi di considerare la variabile più importante, quella che fa la differenza: la motivazione emotiva.
    Oggi sono molto arrabbiata proprio per questo…come è possibile che Generali così preparati non si accorgano che ad essere determinante sia proprio il sostenere sempre e comunque l'aspetto emotivo del proprio soldato?! Fatti portare in ospedale “300”, una dei film più belli mai fatti. Guardalo e poi riguardalo e poi regalane una copia al dottor M (che tanto non leggerà mai il mio post.
    Dopotutto il problema è quello che nessuno di noi è più abituato a ricordare che tutto – proprio tutto – quello che viviamo è sempre un 50% e 50% di possibilità. Troppo convinti di essere immortali, usciamo di casa e saliamo sicuri sull'auto senza prima chiederci quante possibilità ci sono di sopravvivenza. E così per tutto. Pensaci. Se non ci fosse la sicurezza emotiva e la motivazione a fare, perchè dovremmo porci in pericolo in ogni istante? Ora mi devo togliere di qui perchè c'è la reception piena.
    A dopo, Sil

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  2. ciao Ale,
    vorrei farti leggere, se vuoi, queste righe non scritte da me, ma che condivido profondamente..
    “La nostra vita appartiene a qualcosa d'Altro.L'inevitabilità di ciò che accade è come il sinonimo più chiarificatore di questa non appartenenza a noi della cosa, e soprattutto non appartiene a noi ciò da cui tutto deriva: la nostra vita appartiene a un Altro. In questo senso si capisce perchè la vita dell'uomo è drammatica: se non appartenesse a un Altro sarebbe tragica. La tragedia è quando una costruzione frana e tutti i sassi e i pezzi di marmo e i pezzi di muro, crollano. E tutto nella vita diventa niente, è destinato a diventare niente, perchè di ciò che abbiamo vissuto nel passato, di ciò che abbiamo vissuto fino a un'ora fa, fino a cinque minuti fa, non esiste più niente di formato, di costruito non esiste più niente. E questo è tragico. La tragedia è il nulla come traguardo, il niente, il niente di ciò che c'è.
    Mentre se tutto appartiene a un Altro, a qualcosa d'Altro, allora la vita dell'uomo è drammatica, non tragica. Riconosco che ti appartengo, riconosco che il tempo non è stato mio, non mi apparteneva, come il tempo fino ad oggi non mi appartiene. Prendi pure la mia vita, accetto che non mi appartenga, riconosco che non mi appartiene, accetto che non mi appartenga. Ciò che possiede il nostro tempo è morto per noi, si presenta ai nostri occhi e al nostro cuore come il luogo dove è amato il nostro destino, dove è amata la nostra felicità, tanto che Colui che possiede il tempo muore per il nostro tempo. Il Signore, Colui al quale appartiene il tempo, è buono..”.
    Un abbraccio!
    Valeria

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  3. Cambiamo discorso. Ieri ho passato un pomeriggio speciale con i tuoi bambini. Mr X, il mio Giangi, è uno spettacolo. Pronuncia con accento inglese e cadenza brasiliana e non mi chiama mai. In compenso respira dicendo Kelle…è un attore nato!
    La tua piccola non poteva che chiamarsi Kiki…è sveglia, intelligente, positiva e serena e credo che quando tornerai lei sarà la panacea a tutti i tuoi dubbi. Ha un assetto emotivo già molto evoluto per avere solo 2 mesi e mezzo e quando sorride…sei tu! Spiccicata! Che sfiga!!!! ;))
    Sono uscita da casa tua completamente piena di speranza che, se non avessi dovuto percorrere il tragitto del ritorno affidando a tuo padre il mio destino (e su questo ti prego di riflettere…a te saranno state date 25% di possibilità off, a me ieri ben il 75%) mi sarei addormentata con il sorriso ancora stampato sulle labbra.
    Ti voglio bene, sil

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  4. Obbligherei tutti sti generali a leggere “Un medico un uomo”, chissà, forse imparererebbero qualcosa, anche se non ci giurerei!
    insisto….tappi nelle orecchie!
    Baci

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