18mq

FACCAIMO IL PUNTO E POI NON NE PARLIAMO PIU’

Una delle caratteristiche del mio approccio alla malattia e ai suoi sintomi è sempre stato in modo indiretto, sono sempre stati co-protagonisti di secondo livello. E quando il loro ruolo ha preso più importanza è sempre stato fatto con leggerezza e ironia. Il protagonisti eravamo io e i 18 mq. Facendo cosi tutto è filato liscio e ci siamo anche divertiti parecchio a scrivere il blog. Negli ultimi dieci giorni una somma di fattori ha completamente invertito le cose, e la malattia è diventata protagonista assoluta della mia vita. Complice sicuramente il fatto che stavo male ma soprattutto il fatto che è cambiato il mio atteggiamento e quello delle persone che mi stavano vicino. Non si faceva altro che parlare di come stavo, di dove mi faceva male. Ore e ore a disquisire su perché avessi la febbre cosi alta e perché fossi cosi debole. La cosa più sconcertante è che erano discorsi completamente inutili perché sono cose che sapevamo già che sarebbero successe e che rientrano nella normale procedura del trapianto. Parlando però con la psicologa mi ha spiegato che in molti, soprattutto nei parenti e negli amici del malato, si instaura una specie di “sindrome del trapianto”. Molto più abituati a concetto di trapianto di organo, dove una parte del corpo funziona male e dopo una complicata e difficile operazione viene sostituita e nel giro di pochissimo si sa se la cosa ha funzionato. Nel trapianto di midollo le cose sono invertite, l’operazione è una semplice trasfusione ma sono poi i tempi di attesa e le giuste calibrazioni di immunodepressori a rendere delicata l’operazione. Questa “sindrome da trapianto” crea molta ansia nei parenti, amici e molte volte anche nel paziente perchè non vedono nessun miglioramento immediato anzi vedono un netto peggioramento come nel mio caso. E quest’ansia può far saltare quei delicati equilibri e barriere mentali che si erano costruiti nei mesi precedenti.
Vi assicuro che non mi sto abbattendo e che so che le cose stanno andando bene e che fra poche settimane potrò tornare a casa dalla mia famiglia. Però c’è qualcuno che pretende che io non senta dolore e non stia male.
Quindi questo post chiude il ciclo dedicato agli aspetti puramente medici e clinici, si continuerà a fare ancora accenno a come sto e a come si sta evolvendo il tutto ma alla vecchia maniera.
E ricordate anche che vi voglio un mondo di bene, che siete importantissimi per me e che mi avete aiutato tantissimo… anche se qualcuno di voi è un po’ permalosetto ;O)

6 commenti su “FACCAIMO IL PUNTO E POI NON NE PARLIAMO PIU’

  1. Elena B:

    Solo cose positive fuori di dubbio quindi un grande abbraccio e ti sono sempre vicina.
    elena B.( Bià)

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  2. Questa mattina mi sono svegliata all'alba e l'ho fatto per te. Ho puntato la sveglia alle 5,45 in modo da riuscire a vedere il buio. Quello vero, quello profondissimo e silenzioso che precede il sorgere del sole. Mi sono infilata un paio di calzettoni, la felpa, sono uscita sotto il portico di casa mia ed ho aspettato. Il freddo mi pungeva dappertutto (perchè oltre la felpa e le calze avevo solo una camicia da notte), mi faceva bruciare la gola e gli occhi. Sono rimasta lì immobile per un quarto d'ora maledicendo questo clima di aprile ma poi, impercettibile il colore del cielo è virato dal blu al cobalto, al verde, al rosa. Le stelle erano più brillanti di prima o forse erano solo le lacrime provocate dal freddo. Attimo dopo attimo si è fatto giorno ed infine, una sottilissima fetta di sole è apparsa all'orizzonte. Io inspiravo e lui sorgeva. Espiravo e lui si fermava. Un disco arancione abbagliante, grande, solo sul profilo degli alberi. Ho riempito i polmoni di questo scontatissimo miracolo e ti ho pensato. Allora il sole sei diventato tu. Emani così tanta energia anche quando il buio che ti avvolge si fa più nero, anche quando a brillare non sei tu direttamente ma le stelle che ti stanno accanto.
    Ho fatto questo solo per comprendere fino in fondo quanto è nera e silenziosa la notte prima che sorga di nuovo il sole. Per condividere con te.
    Ti voglio tanto tanto bene, Sil.

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  3. hai perfettamente ragione Alessandro….si ritorna alla vecchia maniera…ciao un bacione
    Marina

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  4. Concordo Alessandro…sento molto positivo.
    ciao, un abbraccio.
    Paolo

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  5. Ciao Alessandro,
    ieri è stata una bella giornata anche se fredda!
    Con i bimbi siamo andati in una fattoria e abbiamo conosciuto due folletti meravigliosi!
    Michele e Laura,due contadini felici della vita!
    Hanno avuto 5 figli e non sono anziani(loro),l'ultimo ha 15anni.
    Ci hanno accolto come se ci conoscessimo da tempo,la cosa ci ha stupiti perche in fondo eravamo andati solo a chiedere se ci facevano vedere i pulcini.Ci hanno offerto il caffe,la banana ai piccoli e dei sorrisi che ci hanno aperto il cuore.
    Che dire:esistono gli angeli anche se sono nascosti spesso nella povera gente.
    Ti dedico tutta la gioia che abbiamo ricevuto ieri e ti abbraccio con tutto il cuore!
    Lucia

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  6. Ciao pischello.
    Questa sera ho deciso di farti un regalo. Ti parlo un po' di me come forse non ho mai fatto prima. Mabusimba è il mio nome africano. Quando vivevo in Africa e tornavo a casa, dopo settimane passate a dormire sulla spiaggia, a camminare per decine di chilometri con il mio zaino sulle spalle, a nutrirmi solo di ettolitri di coca cola, a tirar bindelle, rilevar moschee ed abbracciare pillar tombs, ad attraversare di notte i ponti minati, a nascondere profughi somali e a far da spola tra Agi Nureni del campo est di Mombasa ed il suo alter ego nascosto tra le macerie del vecchio stabilimento della Coca Cola di Serena Beach, a ungermi le piaghe infette delle spine d'acacia di quella volta che ho perso le scarpe nella baia di Watamu, a nascondere tra le pieghe del mio caftano il manico di corno dell'unico compagno fidato, a fasciarmi i piedi per attraversare le mangrovie…quando, finalmente tornavo a casa, dicevo, i bambini del villaggio mi vedevano scendere dall'autobus e mi correvano incontro gridando “karibu mabusimba!”…bentornata mabusimba, signora leone!…per via di questi capelli scomposti che ho e che avevo, cotti dal sole e ispidi come la criniera di un vecchio leone.
    Per molti, troppi anni la vita mi ha imposto di dimenticarmi di Mabusimba. Di costruirmi una corazza al contrario, che nascondesse quello che veramente sono dietro un velo compatto di finta assertività, finto conformismo, finto borghesismo.
    Poi, mi è bastato ritrovare per caso questo nome scritto con un pastello colorato sul retro di una vecchia foto e…

    “…silenziosa striscio, il ventre a terra, tra gli steli bruciati dal sole e mi costringo a guardarti.
    Invisibile osservo i tuoi occhi verdi di foglia e mi costringo ad odiarti.
    Il ritmo del tuo respiro è così dolce poesia che quasi mi fa male il pensiero di ucciderti ma tu sei la ferita che mi costringe a fermarmi di continuo e a sanguinare.
    Fermarmi e sanguinare.
    Così, lenta avanzo, tenendo sospeso il passo più del necessario.
    Dentro ho ruggiti di rabbia che mi atrofizzano il cuore e mi fanno vibrare come punta di lancia.
    Ora sono fuori dal bush ma tu non mi puoi ancora scorgere. D'un tratto siamo occhi negli occhi.
    Con la complicità di due belve facciamo del tempo solo un frammento di eterno.
    Zucchero denso è il tuo sangue che mi cola ora sul collo e mi bagna gli occhi come fosse saliva che si trasforma in seta.
    Non emetti suono ma, in compenso, sussultano di amara sorpresa tutte le tue ossa.
    Il ritmo del tuo respiro è così dolce che quasi mi fa male sentire il sapore della tua carne tra i denti.
    Solo allora il mio balzo perde vigore e mi lascio scivolare. Ancora una volta.
    Ancora una volta, falsamente docile scelgo il disonore della resa. Ti porgo le armi e lo scudo ed atterro ai tuoi piedi.
    Ancora una volta. Solo per il gusto inutile che mi lascia in bocca la tua mano che accarezza il dannato cespuglio che ti cela il mio sguardo. Solo per sentirti dire che tutto è, ancora una volta, nel tuo controllo.”
    TVB, Sil

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