Il Mio Manuale di Vita

Strategie per il cambiamento per le aziende e le persone

Cari Xander e Kiki,
Qui sotto la bozza di quello che avrei dovuto dire durante il mio intervento al TEDx di Alessandria il 11/06/16. “Avrei dovuto”, perché alla fine sono andato a braccio, e lo potrete verificare guardando il video del mio intervento, che troverete su TED da fine luglio.
“Buongiorno a tutti. La domanda a cui cercherò di dare risposta in questo mio intervento è: “Perché le aziende devono cambiare le loro strategie per adeguarsi a questo mondo in continuo cambiamento? Come lo devono fare?”
Partiamo da 3 evidenze: 
Il mondo è sempre cambiato, quello che è cambiato oggi è il modo in cui sta cambiando. Il cambiamento adesso è molto veloce. Si è passati dal parlare di innovazione al parlare di evoluzione. 
Prima le scoperte e le invenzioni creavano “innovazione”, dal vecchio si passava al nuovo. Dopo le innovazioni si viveva un periodo di consolidamento, di sfruttamene di queste. E’ stata inventata la ruota, e questa innovazione è stata consolidata in milioni di anni. E’ stata inventata la macchina a vapore, e questa innovazione è stata consolidata in centinaia di anni. E’ stato inventato il fax e questa innovazione è stata consolidata in qualche decennio. I tempi di consolidamento si sono sempre più ridotti fino ad annullarsi. Oggi le scoperte e invenzioni sono innumerevoli ogni giorno. Oggi si scopre e inventa e non si consolida più ma si condivide. La condivisione, grazie alla rivoluzione digitale, permette un immediato aumento del “sapere” che spinge a un’altra scoperta e innovazione. Non si passa più dal vecchio al nuovo ma si evolve. Un esempio sono i telefoni cellulare, si è passati dai primi che telefonavano e basta, a quelli di oggi che permettono di fare tantissime cose, e ogni nuovo modello evolve sempre, migliorando con nuove funzionalità.
Si è passati da un mondo statico a un mondo dinamico. Prima i cambiamenti erano pluri-generazionali, perché un cambiamento si consolidasse erano necessarie più generazioni. Oggi in una generazione ci sono pluri-cambiamenti, con un’evoluzione continua.

La seconda evidenza è che il mondo è imperfetto. L’errore è parte del sistema. L’uomo è parte del mondo, l’uomo è imperfetto. Rendersi conto di questo è molto importante perché ci fa capire che la perfezione non esiste. La legge di Pareto, dice che con il 20% del tempo si ottiene l’80% del risultato e con il restante 80% del tempo si ottiene il restante 20% del risultato. In un mondo dove non esiste la perfezione e la velocità fa la differenza, è meglio il fare, quindi arrivare all’80% del risultato con il 20% del tempo, che tendere alla perfezione con il restante 80% del tempo, che tanto non ci arriveremo mai. 
Il valore è l’essere diverso dagli altri. L’essere diverso è l’elemento che ci permette di uscire dalla massa per essere visti, scelti.
Cosa deve fare un’azienda per adeguarsi a queste evidenze? 
– Mettere il valore delle persone al centro del proprio business, perché è l’unico modo per l’azienda di essere motore dell’evoluzione e del cambiamento.
– Valorizzare l’errore come momento di apprendimento.
– Individuale i propri talenti differenzianti e svilupparli, e non cercare di standardizzarsi eliminando solo le proprie negatività.
– I valori, i criteri di scelta sono più importanti del metodo e del fine.
 Aprire l’azienda, questo vuol dire sia far entrare nuove competenze ed esperienze in azienda sia far uscire le proprie.
Partiamo dal mettere il valore delle persone al centro del nostro business. Nelle scuole di economia insegnano che i 3 fattori produttivi sono: “la terra, il capitale e la forza lavoro”. L’imprenditore è colui che coordina questi tre fattori produttivi per il raggiungimento del fine dell’impresa.
Anche qui troviamo una forte staticità del concetto, risorse date e strumenti di coordinamento definiti al raggiungimento di uno scopo. In un mondo dinamico, questo non funzione perchè non si può pensare di replicare all’infinito un processo di coordinamento dei tre fattori produttivi. Tutti i processi devono essere ridefiniti, per migliorarli ed evolverli, ogni volta che si realizzano. Non devono essere replicato ma evoluti. Solo mettendo le persone al centro dei processi, questo può avvenire. Le aziende fatte di persone e non di procedure, fatte di persone che condividono chiaramente gli stessi valori decisionali, persone consapevoli del proprio valore e delle proprie responsabilità, saranno in grado di autoregolarsi al cambiamento e anzi essere loro il motore del cambiamento.
La valorizzazione dell’errore. Se vogliamo muoverci in un ambiente sconosciuto, lo dobbiamo fare ad approssimazione di errori. La scienza, la tecnica e la medicina si muovono così. Anche noi entrando in una stanza buia che non conosciamo, per accedere la luce tentiamo di toccare il muro alla nostra destra, se sbagliamo perché non troviamo l’interruttore, impariamo che li non c’è e proviamo vicino e proseguiamo così fino ad aver trovato l’interruttore. Se abbiamo veramente imparato da tutti i nostri errori, prima o poi l’interruttore lo troviamo.
La nostra infanzia è caratterizzata da questo sistema di apprendimento, non conosciamo niente del mondo. Per imparare a camminare dobbiamo prima provare a camminare. Così per il parlare, il mangiare e tutto quello che per noi oggi è naturale fare. Mediamente prima di camminare, cadiamo almeno 600 volte, cioè tentiamo un equilibrio, sbagliato per 600 volte fino a quando non troviamo quello che ci fa camminare. 
Quando utilizziamo questo metodo di apprendimento? Quando non conosciamo le variabili e i sistemi che regolano l’ambiente in cui dobbiamo agire. Quando non conosciamo le regole del percorso che dobbiamo compiere per arrivare al nostro scopo.
Fino a qualche decennio fa, forse meno, le regole dei sistemi economici erano abbastanza definite. Regole statiche e consolidate, che con diversi anni di studio sono state anche formalizzate e insegnate nelle università, master e anche per corrispondenza e su DVD.
Una buona idea, studi di mercato ben fatti, strategie ben definite e potere economico, erano le chiavi di un probabile business di successo. Si studiavano i casi di successo e si cerva di replicarli al meglio. La cosa funzionava e funziona ancora. Ma in futuro, cioè domani mattina?
Quando si sa cosa si deve fare, perché le regole sono chiare, non seguirle, sbagliare è una cosa fortemente negativa a livello personale, aziendale e addirittura sociale e va punita. Brutti voti a scuola, licenziamenti in azienda e gogna sociale. Soprattutto nel mondo europeo, il fallimento di un’azienda è visto come un imprenditore incapace, che deve essere punito e reietto dalla società, tanto da impedirgli di poter ricominciare con una nuova azienda fino a remissione dei suoi peccati. E se fosse stato invece solo un bravo imprenditore che ci ha provato e ha solo sbagliato? Magari al tentativo successivo avrebbe scoperto la fusione a freddo. Ovviamente parliamo solo di gentiluomini.
Quando non si sa cose si deve “fare”, anzi dove “fare” in modo diverso è il valore, l’unico modo di agire e tentare e quindi anche sbagliare. L’errore, la sua analisi e l’apprendimento da questa è l’elemento base di un business in un mondo in evoluzione come quello di oggi.
Le aziende devono creare un clima diffuso di accettazione dell’errore, di evidenza e condivisione dello stesso a livello aziendale e di divulgazione dell’apprendimento che ne è scaturito. 
Se continuiamo a dare all’errore un valori negativi, ci sarà sempre il terrore di sbagliare per la paura di essere puniti. E cosa succederà? Nessuno farà niente, così sicuro non si commetteranno errori, l’azienda rimarrà statica in uno scenario dinamico. L’azienda sarà fuori dal mercato. L’azienda chiuderà.
La crescita del talento differenziante della nostra azienda. Il mondo non è perfetto, tanto meno noi e le nostre aziende ma c’è sicuramente qualche cosa della nostra azienda che qualcuno, anche solo noi imprenditori, consideriamo un talento. E’ li che dobbiamo sviluppare la nostra azienda. Paradigma semplice nel mondo dinamico ma non accettato in quello statico. 
Come già detto nelle scuole economiche di tutti i livelli, vengono insegnate le regole formali di base per costituire un azienda. Nei libri sono formalizzati i modelli delle varie aziende perfette, tipi di gerarchie, diffusione dei poteri, sono tanti, almeno una 50antina. Dalle società uni-personali, fino alle multinazionali più grandi al mondo. Apri un’attività, decidi il tuo modello e da li parti, puoi anche decidere di cambiare modello, se cambi la dimensione dell’azienda, ma devi rimanere sempre in quei 50 modelli, altrimenti ti mancano le regole per funzionare bene.
Visto che siamo tutti bravi imprenditori, conosciamo i modelli e cerchiamo di adattare quelli dei libri alle nostre aziende e per farlo cerchiamo quello che in azienda non corrisponde e iniziamo tutta una serie di forzature. Ancora di più se abbiamo chiamato un consulente ad aiutarci. Passiamo anni a inserire sistemi di controllo, modelli decisionali, procedure standard. Energie, soldi e soprattutto tempo per strutturare in modo formale la nostra azienda. E quando ci siamo riusciti? Tutto funziona come un orologio, avete formalizzato le procedure e formalizzato il sistema di controllo delle procedure. Siete finalmente un’azienda da manuale. Un’azienda come tutte le altre del manuale. Ma come, come tutte le altre? Ma noi vogliamo essere diversi, vogliamo che i nostri clienti ci riconoscano come diversi dai nostri concorrenti. Bene forse era meglio concentrarsi sull’essere diversi, sviluppando il talento differenziante dell’azienda e non concentrandosi sul volerla standardizzare. 
Il formatore e scrittore Alessandro Chelo, scrive nei suoi libri, molte delle cose che vi dico arrivano da li, che tutte le aziende, come tutte le persone hanno delle positività e delle negatività. Le negatività sono di tue tipo, strutturali e tecniche. Quelle tecniche, come il non saper l’inglese, non avere una contabilità adeguata alla crescita, non avere un carrello elevatore per scaricare i camion, si possono e anzi si devono risolvere. Facendo corsi di inglese, cambiando software gestionale e comprando un carrello elevatore. Invece le negatività strutturali, sono basso, ho la sede in una valle lontana dalla città, siamo in 4 e la mia prima concorrente è una multinazionale, sono negatività strutturali che non si possono risolvere, è quindi inutile continuare a concertarci su quelle, bisogna accettarle. 
Se vogliamo essere riconosciti per il nostro talento differenziante, cerchiamolo, sviluppiamolo, alimentiamolo e in parallelo miglioriamo le nostre negatività tecniche e accettiamo quelle strutturali. 
La chiara definizione e condivisione dei valori, dei criteri di scelta aziendali. Noi possiamo agire solo sul nostro quotidiano, possiamo fissarci degli obiettivi, dobbiamo fissarci degli obiettivi, ma l’unica cosa su cui possiamo agire sono le decisioni, le azioni di qui e ora. E’ fondamentale sapere dove voler andare, ma sugli obiettivi non abbiamo nessun controllo diretto. Sono gli elementi che guidano il mondo dinamico che li influenzano, obiettivi veri e raggiungibili oggi, domani potrebbero non esisterlo più. Nelle scuole di economica, dove regna ancora l’idea di un mondo statico, dove per decenni non varia nulla, insegnano che la cosa più importante è l’obiettivo. Fissa bene il tuo obiettivo e fai di tutto per raggiungerlo, lui è li che ti aspetta. Già il giorno dopo la partenza, si è sicuramene sposta, dopo una settimana è sparito.

Dobbiamo cambiare le priorità, prima definiamo il nostro metodo di azione. Definiamo quali sono i valori che guideranno le nostre scelte quotidiane, le nostre azioni, da quelle più banali a quelle fondamentali per l’impresa. L’obiettivo deve essere dinamico come il mondo in cui si realizzerà e che lo regola. Se seguiamo il nostro metodo, arriveremo al nostro obiettivo, dovunque lui si troverà.

Ultimo elemento ma importantissimo: l’apertura. Bisogna che le azienda abbiano il coraggio di condividere il proprio sapere, superando la paura di perdere potere, per permettere a tutto il nuovo di entrare in azienda per farla evolvere. Per gli “esperti” questa è la cosa più difficile perché non sono disposti a condividere il proprio sapere perché perderebbero potere e dall’altra parte, essendo esperti, credono di sapere già tutto e non vogliono far fatica per imparare cose nuove. 
Le aziende devono soprattutto aprirsi ai giovani, che hanno la mente ancora aperta e voglia di imparare.

Qui sotto la scaletta e mappe mentali che ho utilizzato durante la presentazione.

Cari Kiki e Xander, siete la cosa più importante della mia vita. Vi voglio bene.

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