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I genitori sono importanti nella vita dei figli? Certo, con il giusto equilibrio.

Nel post del 5 aprile “E poi arriva la sportellata che non ti aspetti…” avevo scritto:
“Tu, mi hai conosciuto come la cosa più fragile e indifesa al mondo. Mi hai visto e aiutato a crescere. Io, ti ho conosciuto come la mia sicurezza, la mia forza. Il mio scudo dai pericoli della vita. Sei stato il mio modello, il mio esempio. Adesso siamo due uomini che si devono confrontare nelle loro diversità, arrivando da percorsi opposti. Tutto questo condito dai due sentimenti più forti al mondo, quello dell’amore del genitore verso il figlio e quello dell’amore del figlio verso il genitore.”

È chiaro il rapporto genitore-figlio è il più complesso e intenso fra tutti i possibili rapporti umani. E’ il rapporto che implica al 100% corpo/essere, cuore/emozione, cervello/ragione, pancia/istinto e anima/spiritualità. I cinque elementi che per me formano l’identità di ogni essere umano. Pensate solo all’intensità e alla particolarità del rapporto corpo/essere che c’è fra mamma e figlio. Per 9 mesi sono stati lo stesso corpo/essere ma la mamma ne ha il ricordo e la consapevolezza di ogni istante, per il figlio è impossibile solo anche immaginarlo. Pensate come può essere difficile capirsi in certi momenti, se neanche riusciamo ad avere gli stessi ricordi. 

In Italia per i primi venti, trent’anni lo scopo principale di questo rapporto è la creazione dell’identità del figlio, cioè prepararlo ad affrontare autonomamente la realizzazione della sua vita, nel contesto sociale. Fino a qualche generazione fa, questa fase durava al massimo vent’anni, ma aumentando la complessità del sistema sociale, soprattutto in Italia, senza aiuti extra famiglia, la cosa si è notevolmente complicata e i tempi si sono allungati. Consideriamo anche che questo aumento della complessità sociale implica, che la stessa identità dei genitori, è sempre in continua evoluzione e cambiamento e in un rapporto dove l’equilibrio è fondamentale, non è certo un facilitatore. 

Veloce parentesi sul fatto che il figlio dalla sua è solo, e i genitori, normalmente sono due. Cosa vuol dire? Che parte importantissima del rapporto genitori-figlio è il rapporto fra i genitori stessi. Sicuramente molto di più del fatto se i genitori siano uno o due. Complicato è il rapporto fra i genitori, complicato sarà il rapporto con il figlio e soprattutto la creazione della sua identità perché si troverà a scegliere fra due visioni diverse, facilmente anche opposte e conflittuali, della vita, senza avere ancora tutti gli strumenti per farlo. Creandogli senso di dubbio e insicurezza. 

Il peso del rapporto inizia totalmente sbilanciato sui genitori che partono con l’essere il 100% dell’identità del figlio, come estensione rielaborata della loro. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, con una velocità crescente, l’identità del figlio inizia ad evolversi e ad allontanarsi da quella iniziale 100% coincidente con quella dei genitori. Compito del genitore è proprio quella di guidare e aiutare il figlio nella formazione della propria identità, ricordandosi che per far questo deve in qualche modo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, rinnegare la propria che aveva proiettato su quella del figlio. Immaginate la difficoltà. Da un’identità del figlio 100% coincidente con quella dei genitori, a una che deve diventare al 100% autonoma. Qui i buoni genitori fanno la differenza.

La fase più critica e credo anche più importante per il futuro rapporto genitori-figlio, è la fase della “ribellione” del figlio, quella in cui il figlio vuole prendere gestione della propria identità, vuole scegliere lui e anche se non sempre lo ammette, vorrebbe anche sentirsi dire:”Bravo hai fatto la scelta giusta”. Questa è una fase delicatissima del rapporto, perchè da questo momento in poi è fondamentale il giusto equilibrio dell’intervento del genitore nell’identità, nella vita del figlio. 

Da questo momento di rottura in poi, cioè da quando il figlio inizierà a voler scegliere da solo, nella sua identità ci sarà una fortissima evoluzione che lo dovrà portarlo alla realizzazione di una propria al 100%. Se non ci riuscirà, avrà per tutta la vita dei forti problemi con se stesso e con i genitori. Facilmente sarà insicura e non crederà in se stesso. 
Identità che sarà comunque legata a quella dei genitori perchè è da li viene ma non sarà più quella dei genitori. Situazione facile per il figlio, molto meno per i genitori perchè dovranno accettare che il figlio faccia delle cose che per loro sono sbagliate. Dal distacco in poi, i genitori saranno importanti nella vita del figlio per quanto saranno capaci di trovare il giusto equilibrio fra la loro identità e quella del figlio. 

In questa fase il figlio non è cosciente e non ha nemmeno gli strumenti per capire cosa sta succedendo, non è un’evoluzione volontaria e ragionata, a staccarsi dalle scelte dei genitori e diventare autonomo. Tutti i suoi cinque elementi lo spingono a voler scegliere lui. I genitori invece devono capire cosa sta succedendo, e si, loro in modo attivo e ragionato, devono gestire la situazione e accompagnare il figlio nella realizzazione della sua autonomia. Questo non vuol dire che devono quindi fargli fare tutto quello che vuole, non ha ancora la capacità e l’esperienza per decidere in tutta autonomia, ma devono guidarlo senza il conflitto. Sbagliato è anche l’approccio:”tu non capisci niente, sei ancora un bambino”. Credibilità è la parola chiave, se i genitori vogliono avere credibilità nei confronti del figlio, vogliono essere ascoltati dal proprio figlio, per prima cosa devono darne a lui. Devono dargli credibilità. Confrontarsi veramente con lui, da pari, lasciandolo spiegare e chiedendo chiarimenti, dando la propria visione e che non sia evidenziare quello che della visione del figlio non va bene e ritenete sbagliato. Dare credibilità vuol dire riconoscere l’identità di una persona. I genitori devono ogni giorno fare piccoli passi indietro nella gestione della vita del figlio, per permettere a lui di crescere e avere una propria vita. Avere una vita vuol dire avere un’identità. 

Quello che spero di riuscire a fare coi miei figli, è accettare che diventeranno qualche cosa totalmente separata da me, con la loro vita e identità. Che faranno cose che io non farei, che penseranno cose che io non penserò. Lo so che vuol dire accettare di perdere parte del mio corpo/essere, cuore/emozione, cervello/ragione, pancia/istinto e anima/spiritualità ma solo così loro vivranno.

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