18mq Economia Umana Feliciani

La prossima volta mi alzerò in piedi e urlerò

No, no! Stiamo parlando di strumenti, di cose. Invece dovremmo parlare di obiettivi, di visioni. Dobbiamo parlare di dove vogliamo andare, e poi decidere come e con cosa. Vorrei alzare la mano, alzare la voce e dire che ci stiamo perdendo.

Siamo smarriti, abbiamo paura del futuro per noi è per i nostri figli. Non abbiamo una via da seguire. Ogni decisione, ogni bivio che affrontiamo è un dilemma. Non sappiamo dove andare. Non c’è direzione senza meta.

Ieri è stato così. Ho partecipato a un incontro di confronto con 40 persone di riferimento del nord Italia. C’erano imprenditori, rappresentati dei sistemi di rappresentanza sindacale, professori universitari, giornalisti e io.

La situazione è drammatica, due trimestri in negativo ed è recessione. Pochissime le eccezioni. Anche la grande Milano inizia a cedere il passo, gli aerei cargo non decollano più. La crisi c’è ed è conclamata.

La recessione economica è la conseguenza di una crisi politica italiana e globale. Bene, adesso l’abbiamo capito. Abbiamo visto i dati e ascoltate le storie dei territori, delle aziende, dei giovani talenti che lasciano l’Italia. Della scuola che vorrebbe formare ma non forma. Delle aziende che hanno bisogno di tecnici specializzati e dei laureati senza lavoro. Bene, l’abbiamo capito e…

Scusate ma qualcosa dentro di me mi dice che c’è un “e”, c’è un “ma”. Mi dice che deve esserci un “e”, un “ma”. Qualcosa dentro di me non accetta che non si agisca, reagisca, per sistemare le cose. Per migliorare la situazione. Non accetto che tutti si concentrino sul problema, si compiacciono dell’aver ben descritto il problema, ma nessuno propone una soluzione. Propone una soluzione.

Abbiamo parlato in molti, terrorizzati o rassegnati per la situazione e smarriti per le soluzioni.

Volevo alzarmi, volevo urlare che il problema non è la crisi, quella è la conseguenza, il problema è che non sappiamo dove andare. Non abbiamo un obiettivo per questa Italia. Per queste Regioni, per questi territori. Noi non abbiamo più un obiettivo come persone.

Si parla tanto sui giornali, nei social, nei bar di quello che non vogliamo ma mai di quello che vogliamo. Non vogliamo l’euro, i migranti, i cattivi, la tav, l’inceneritore, la discarica, il gasdotto. Non vogliamo la disoccupazione, i poveri. Non vogliamo il vicino di casa che stende i panni. Non vogliamo la moglie che si lamenta e il marito che russa.

Ma cosa vogliamo? Dove vogliamo andare.

Il problema è che l’Italia non è una Nazione. Siamo ancora un ammasso scoordinato di micro comunità. Di 9.000 comuni, 50.000 campanili, 200.000 quartieri, 20 milioni di famiglie, 60 milioni di persone. Scoordinate e smarrite. Paurose e rancorose. Che urlano odio ma hanno paura di dire amore e felicità.

Dobbiamo partire dal creare una nazione, un popolo unito da un chiaro obiettivo, una chiara visione. Rendere l’Italia il più bel paese al mondo dove vivere, dove far crescere i figli, dove studiare, lavorare e realizzarsi. Dove nascere e morire.

Diamoci questo chiaro obiettivo, parliamo di questo obiettivo, discutiamo su questo obiettivo. Condividiamo questo obiettivo. Poi, e solo dopo, iniziamo a parlare di come raggiungere questo obiettivo, di cosa fare per raggiungere questo obietto.

Partendo dall’obiettivo, la strata da percorrere sarà chiara, definita. Davanti a un bivio, a una scelta, sapremo quale via prendere. Sapremo cosa fare per il bene del nostro obiettivo. Per il nostro bene.

Il nostro valore di Nazione è proprio la nostra diversità. La nostra diversità è la nostra ricchezza. I 50.000 campanili sono il nostro valore. Dobbiamo solo fare in modo che suonino tutti la stessa melodia all’unisono, e così ci sentirà tutto il mondo.

Ieri si è proposto di omogenizzare le nostre diversità. Non sono d’accordo, sarebbe un errore pazzesco. Noi dobbiamo valorizzare le nostre diversità, non dobbiamo metterle in competizione, dobbiamo metterle in collaborazione.

Dobbiamo diventare come una grande squadra di calcio. Unità dal chiaro obiettivo di vincere e forte per la grande capacità dei singoli nelle loro diversità. Il portiere darà il meglio per vincere, così come il difensore, il centro campista e l’attaccante. Faranno tutte cose diverse, avranno tutti capacità e talenti diversi ma ognuno darà il meglio per vincere la partita.

Ognuno di noi deve dare il massimo nel proprio agire quotidiano. Ognuno di noi deve farlo pensando di farlo per far diventare l’Italia il più bel paese al mondo dove vivere.

Così sarà tutto più facile. Sarà faticosa si, ma ci aiuteremo gli uni con gli altri e diventerà realtà.

La prossima volta mi alzerò in piedi è urlerò.

3 commenti su “La prossima volta mi alzerò in piedi e urlerò

  1. Siamo tutti d’accordo sul fatto che l’Italia è da ricostruire.

    Le fratture si sono consumate in ogni settore, in ogni anfratto, nulla è più funzionale al benessere del popolo e nemmeno il popolo stesso è più tale, ma spaccato, rancoroso, diffidente, perché allo stremo della sopportazione.

    Si tira avanti, come durante un assedio si centellinano le risorse, non per crescere, non per vivere ad ampio respiro, ma per sopravvivere, per limitare i danni.

    È il senso di colpa inculcatoci a non farci riemergere da questa condizione, una coscienza di inferiorità e vergogna che ci è stata iniettata per indurci alla prostrazione nei confronti dell’occupante, per farci credere di necessitare di un salvatore esterno, perché, senza un aiuto estero noi italiani, irresponsabili e incompetenti, non riusciremmo a cavarcela.

    Eppure, eravamo uno stato rigoglioso, produttivo ed eccellente i cui cittadini, rimboccandosi le mani, con quel tocco di genio italico inconfondibile, erano riusciti a realizzare un sogno economico e sociale inimmaginabile fino a qualche tempo prima.

    Che cosa è mutato? Che cosa ci ha condotti gradualmente nel baratro?
    La destrutturazione dello stato, il suo spolpamento a favore dei privati, la consegna del nostro debito nelle mani degli speculatori, la rinuncia all’indipendenza in materia economico-monetaria, il potere legislativo menomato da regolamenti e direttive di un organo sovranazionale.

    Insomma, l’Italia non ha più un ruolo decisionale su se stessa, sono altri a imporre l’andamento e il contenuto delle sue politiche, riducendola, così, alla stregua di una colonia. E si sa, la madrepatria agisce perseguendo i suoi interessi, non di certo quelli delle terre sotto il suo dominio.

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  2. Francesca Dell'Acqua

    Urla, Alessandro. Urla. Tu puoi farlo e sarai ascoltato! Guida la visione.
    “Dobbiamo partire dal creare una nazione, un popolo unito da un chiaro obiettivo, una chiara visione. Rendere l’Italia il più bel paese al mondo dove vivere, dove far crescere i figli, dove studiare, lavorare e realizzarsi. Dove nascere e morire.”
    Aiutaci.

    Piace a 1 persona

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