18mq

Scrivo perché voglio essere letto

Vrrrr… vrrrr… un commento su Facebook. Il commento è lungo, molto più lungo del solito. Qualcosa non torna. Lo scorro veloce. Sono diversi giorni che non entro nei social, mi sono concentrato su altro. Questo però lo leggo, è un commento lungo. Diverso dagli altri. Mi viene contestato un pò di tutto. Le cose che dico, che scrivo, che faccio o che non faccio. Rimango allibito. Vorrei rispondere, capire, confrontarmi. Contestare. Ma rileggo. Non mi è tutto chiaro. Vorrei rispondere ma lascio stare. Lo lascio li, non lo elimino. Se è stato scritto, forse un motivo ci sarà. Forse lo capirò meglio più tardi, con più calma. Lo rileggo e non capisco.

Vrrrr… Vrrrr… pochi minuti. Un’altra notifica. Una prima replica. Vengo difeso, qualcuno cerca di dare una lettura diversa al mio agire. Vrrrr… Vrrrr… I toni si alzano. Non è quello che voglio, nascondo il post dalla bacheca sperando di bloccare la cosa. Non si ferma, chi aveva già commentato continua a ricevere gli aggiornamenti e i nuovi commenti.
Elimino il post, blocco tutto. Ma cosa è successo? Ma cosa sta succedendo?

Scrivo per essere letto. Non perchè la gente mi insulti, si insulti. Ansi cerco di scrivere proprio per creare un dialogo basato sull’ascolto, sul confronto. Scrivo per poter capire , per poter crescere.

Ho eliminato il post perché il modo di comunicare si stava allineando verso il conflitto, verso l’insulto. I contenuti erano passati in secondo piano. L’ho scritto, lo scrivo e lo scriverò. La differenza la facciamo quando non cadiamo nello scontro, nel conflitto, quando usiamo l’ascolto per capire meglio.

Mi chiedeva perché scrivevo? Cosa voglio dimostrare col mio scrivere?

Scrivere è la mia riscossa da quell’essere un bambino simpatico, intelligente ma che non si applica. A quell’essere un pò stupido, ma che non si può dire. Scrivere è la rivincita della mia dislessia, dell’avere un disturbo di apprendimento. [Nota: Non un modo diverso di apprendimento, come avrebbe senso dire, ma un disturbo, come invece viene definita la DSA. Disturbi Specifici di Apprendimento].

Scrivo per raccontarmi, scrivo per condividere, scrivo perché questo mi fa entrare in contatto con le persone. In relazione con le persone. Scrivo perché mi piace scrivere, e soprattutto perché mi piace essere letto.

Scrivo perché vorrei lasciare ai miei figli un mondo migliore di quello che ho trovato. Scrivere, comunicare, parlare, ragionare insieme e cercare di capire sono parte importantissima del cammino per raggiungere il mio obiettivo.

Ho iniziato a scrivere 10 anni fa durante il primo ricovero. 3 mesi in camera sterile. È stata una necessità, è stata la mia salvezza. Senza lo scrivere, il comunicare, il rimanere in contatto col mondo esterno sarei andato fuori di testa. Grazie a quello scrivere ho capito tante cose. Grazie a quello scrivere, allo scrivere, ho iniziato a rifletto e cerco di capire, di migliorare. Grazie allo scrivere, ho iniziato a leggere molto di più, ad ascoltare molto di più.

Dieci anni fa mi leggeva qualche amico, che tramite il passaparola, un sentito dire, aveva saputo del blog 18mq. Facebook e i social era ancora agli albori. Le cose viaggiavano parallele. Almeno così nella mia vita. Mi ricordo di aver chiesto agli amici di non postare niente in merito al mio ricovero su Facebook, volevo che rimanesse “tra di noi”. Ingenuo? No, era un mondo diverso, ci comportavamo e vedevamo le cose in modo diverso.

Nella mia mente, c’era una chiara distinzione fra il mio sito/blog e Facebook. Il primo un mio luogo, seppur virtuale ma mio. Il secondo, Facebook, la piazza del paese. Dove circolavano notizie. Notizie che si evolvevano, si trasformavano per vivere una vita proprio.

Durante il ricovero del 2016 scrivevo ancora solo su 18mq e facevo le dirette del “dance time” su Periscope. Il blog 18mq e Facebook, viaggiavano ancora in parallelo, non dupplicati. Su Facebook avevo ancora solo il profilo, non avevo pagine ufficiali. L’idea dei Feliciani nasceva proprio in quei giorni.

Adesso è diverso, il fulcro sono i social. L’ingresso nel web passa da li, che sia Facebook, Instagram, Linkedin, o qualsiasi altro social in divenire o andato. L’ingresso nel web passa da un’applicazione installata su uno smartphone o su un tablet.

Dieci anni fa, ma anche meno, entrare nel web era un momento sacro, di totale concentrazione e dedizione. Si accendeva il pc, si aspettava l’avvio, ci si connetteva e si rimaneva li concentrati. Connettersi costava, il tempo era prezioso.

Oggi tutto si è ribaltato. Il Web è il riempitivo di momenti distratti, è il riempitivo della noia. Dell’attesa. Sui mezzi pubblici, in coda al supermercato. Mentre cammini per strada, in palestra. In bagno.

Il modo di usare il web è totalmente cambiato, ma io continuo a scrivere per essere letto. Per comunicare, condividere, capire e migliore. Per testimoniare.

Se pubblico solo nel sito, le visualizzazioni del post sono qualche decina. Se rimando la pubblicazione anche nei profili social, con un titolo drammatico, le visualizzazioni diventano migliaia, i commenti centinaia e le condivisioni decine. Tutto è cambiato. Pochi commenti di confronto, di discussione, di approfondimento. Tantissimi commenti di supporto. Pensandoci è proprio come nella vita. Le discussioni, gli approfondimenti, i confronti si fanno in luoghi appartati, dove c’è silenzio, dove non si è disturbato. In piazza ci sono i comizi, dove uno parla e gli altri o approvano o contestano. In piazza tutti parlano, tutti dicono la propria. Mille argomenti, mille ragioni. In piazza c’è confusione.

Lo so, sto dicendo cose banali. Molto banali. Lo so perché sono anche io così. I social sono soprattutto intrattenimento, sono un nuovo modo per far passare il tempo, per distrarre la nostra attenzione, il nostro cervello. Sto generalizzando, lo so, ma mi serve per capire. La mia dislessia funziona così.

Si chiama sempre web, sono sempre io a scrivere e qualcuno a leggere ma tutto è cambiato. Sono già inciampato su un paio di post, e sono anche caduto. Post intimi e personali, urlati però in piazza. Fra il bailamme di tante voci, ascoltati da persone distratte e annoiate.

Avevo perso quel limite che prima mi era ben chiaro fra il mio luogo, il mio posto, il mio sito/blog, e la piazza del paese, i social.

Ho sbagliato io, lo so. Mi sono lasciato prendere la mano dallo strumento, dalla potenza dello strumento. Migliaia di visualizzazioni, migliaia di persone che leggono il mio scrivere. Il mio petto dislessico che si riempie d’orgoglio.

A questo punto cercherò di capire e imparare. Cercherò di ritrovare quell’equilibrio. Continuerò a scrivere i post qui nel sito, nel mio luogo. Condividendo poi la pubblicazione sulle pagine dei social. I commenti, il confronto, la discussione cercherò di tenerla qui, nel mio luogo.

Cosa scriverò? Non lo so, ma il mio obiettivo sarà sempre lo stesso. Lasciare un mondo migliore di quello che ho trovato. Racconterò della mia vita, dei feliciani, del mio modo di vedere l’economia. Delle mie idee.

Cercherò di raccontarvi il maggior numero possibile di cose belle, ma vi racconterò anche quelle meno belle. Perché così è la vita.

Spero di ritrovarvi, spero di continuare questo cammino ancora con voi.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

6 commenti su “Scrivo perché voglio essere letto

  1. C’è chi usa il coltello per tagliare il pane e il companatico e chi lo usa per uccidere. La colpa non è del coltello ma di come le persone usano il cervello. Avanti tutta amico mio, senza remore, tu insegni ad usare il cervello ma l’importante è che sia presente nella scatola cranica e che sia connesso. Sii felice e prosegui il tuo viaggio, tutto il resto è noia!

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  2. Vittoria De Ghislanzoni Cardoli

    Caro Ale, io non ho letto il post a cui fai riferimento, ma intanto con il tuo post accattivante con suspence sei riuscito a farmi accomodare qui in salotto (le sai tutte ! 😜) a dare la mia opinione! Io che di solito ti saluto in piazza, mentre attraverso veloce, il mio tempo sui social é ridotto ad una rapida occhiata a titoli ed immagini di amici e conoscenti, più accessi al giorno ma rapidi, rubati a tempi di noia o attesa . Andare sui vari blog richiede un piccolo sforzo e tempo in più e x me e dato che leggerei i medesimi articoli (suppongo, ma non sono cosi pratica) mi limito a FB, meno IG, xché sono di vecchia generazione! Già 10 anni dai primi 21mq…..ma come vola? Un blogger che si rispetti deve avere anche gli haters, questo è segno che sei a tutti gli effetti popolare! 😉 Purtroppo c’é chi prova invidia, o cerca di salire sul tuo podio in piazza per avere visibilità e si sa che chi urla attira più attenzione, come avviene al mercato. Questa persona è un po’ patetica, squallida come tutti gli haters, deve forse soffrire di sindrome dell’invisibilità, di livore per non essere come vorrebbe…. Quando la cosa più semplice che dovrebbe fare, se ha tanto fastidio a leggerti, sarebbe evitare di seguirti. La gente senza ‘fastidi’ di apprendimento, a volte si crea appositamente fastidi di altro tipo. Strana la Vita. Bella. Ma strana.

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  3. Linguanti Salvatore

    Grande Alessandro! Persevera nel tuo intento e…chi la dura la vince! Ciao ed auguri, Salvatore

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  4. Fabio Castellaro

    Io Ci sono

    "Mi piace"

  5. Leggo perché mi dai spunti in ogni situazione anche quelle difficili che vorremmo non vedere mai.
    E perché ho un ricordo speciale ci chi mi ha fatto sentire a mio agio in un mondo che non sentivo mio!
    Continua

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  6. Paolo Michelis

    Buona sera Alessandro… Mi accomodo un momento in salotto (bellissima questa immagine che hai proposto) e dopo aver letto il tuo scritto lascio correre un po’ i miei pensieri. Ti “conosco” da pochissimo, ci siamo incontrati per caso su FB grazie a un tuo post rimbalzato sul profilo di Daniela (un angelo del day hospital), non ci siamo mai incontrati “de visu”… Ma conosco bene quei mq, so cosa vuol dire viverli e i pensieri che scorrono in mente quando sei tra quelle mura. Il fatto che ci sia stato qualcuno che non è stato in grado di capire la purezza del tuo pensiero lo considero un semplice incidente, anche se mi rattrista un po’ il fatto che i toni del confronto siano diventati quelli di uno scontro e dell’insulto. Peccato. Peccato sporcare in questo modo la pagina di chi invece offre sorrisi, luce, serenità… Ma ancora una volta hai ragione tu: la piazza urlante non riesce a percepire la calma che c’è nelle tue parole. Ne coglie un paio, le metabolizza a modo suo e poi apre la bocca per urlare. Peccato… Sarà per questo che amo la montagna… Capita molto raramente di sentire schiamazzare in montagna… Come nel salotto buono. Grazie per i tuoi scritti. Un abbraccio e un sorriso.

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